When so many are lonely as seem to be lonely, it would be inexcusably selfish to be lonely alone.
30/03/2008

Secondo giorno di sole in questa stagione delle piogge. I pensieri si infrangono contro la sontuosa imbottitura di piumoso silenzio della domenica, sprimacciata di tanto in tanto dalle campane della chiesa. I segnali sono gli stessi di sempre ma parlano una lingua leggermente diversa… Ora che i miei genitori si sono (contronaturalmente!) trasferiti lontano, ora che ho smesso di lavorare, la tela del mio tempo si è dispiegata in uno strano paesaggio dai confini ancora inesplorati. Esistono momenti di vuoto, in cui devo ricordare a me stessa che il nulla può anche essere percepito come neutralità e l’indecisione come apertura. Ed esistono momenti di pieno, in cui contemplo le conseguenze spontanee di questi cambiamenti: a una visione ristretta e fugace della mia vita, colta ogni giorno dal finestrino della routine, si è sostituita l’infinita profondità della Storia. Il futuro, senza il ritmo dell’ansia, si è ridotto ad una pacifica linea retta della quale non vedo la fine ma in fondo non me ne importa; il passato invece si è aperto come la corolla di un fiore di straordinaria bellezza. Ne deduco che la mia personale concezione del tempo, nascosta in chissà quale luna park neuronale, deve essere a forma di imbuto e ultimamente l’imbuto si è capovolto: la parte stretta e diritta è ora rivolta verso il futuro mentre quella allargata si apre rivelando del passato una miriade di connessioni. Così oggi, di fronte al piccolo cambiamento dell’ora legale, non è sorta in me alcuna considerazione pratica su orari e sveglie ma piuttosto è riaffiorato un delizioso frammento di quando ero convinta che toccasse al mio papà, durante la notte, andare a rimettere gli orologi di tutte le banche di Roma.


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06/02/2008

Tornata dal viaggio

La nostra condizione di mortali non fa che filtrare attraverso qualunque pertugio lasciato sbadatamente aperto nelle nostre multiformi difese. Penetra come gas o come musica da ogni innocuo buco di serratura così che ogni cambiamento, abbandono, allontanamento, voltare di spalle, chiusura di porta, appassire di fiore, ogni evento apparentemente irreversibile ha in sé il potere di ricordarci la morte. L’esistenza del caso estende il fenomeno anche all’ambito del reversibile o sostituibile. Qualcosa di liquido e freddo e amaro si sente talvolta colare lento nella coscienza ad un semplice gesto: chiudere la porta di casa e partire, constatare il deterioramento del tuo vestito preferito o in strada, cercare di attirare l’attenzione di un amico che però non riesce a vederti né a sentirti. A qualunque livello riesca a insinuarsi il fatale promemoria dà dolore, angoscia e smarrimento, percepiti più o meno intensamente a seconda dell’imbottitura che abbiamo predisposto per attutirne, ammortizzarne (eccola ancora rispuntare dalle parole) l’impatto. Impossibile fare a meno dei dispositivi di protezione (fa troppo male), anche con la consapevolezza che stiamo togliendo qualcosa alla vita, in termini di forza e bellezza, per sacrificarla al teatrino dell’eternità. Togliamo ai poveri per dare ai ricchi. Accettare tutto ciò e imparare, dove si può, a sfoltire l’imbottitura, è una questione di esercizio, un procedere lento ma determinato, una danza di machete in una jungla di illusioni. Viaggiare è in questo senso il mio esercizio preferito. Il viaggio, come la vita stessa, non è per sempre. All’altrove non è possibile strappare nulla di materiale che possa essere portato a casa in valigia. Ogni emozione va consumata sul posto ma i segni che lascia sono semi per future scoperte. In viaggio riesce il miracolo quasi sempre negato alla vita quotidiana: vivere assorbendo con curiosità e stupore ciò che mi circonda senza essere turbata e indotta a proteggermi dalla consapevolezza di dover tornare. Perciò mi trovo oggi a pensare dolcemente alla morte, in questa meravigliosa azzurra giornata romana di sole, come a una casa calda e accogliente dove un giorno tornerò per ritrovare qualcosa di caro che le luci forti della vita in corso, sfolgoranti da 45 anni, hanno oscurato nella memoria.


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08/01/2008

Il calendario mi dice che domani si parte. Tra le file composte dei giorni, la malìa del 9 si è fatta di giorno in giorno più potente, risucchiando verso di sé attenzione, pensieri e sogni. I due emisferi dello stravagante organo a forma di mezza noce che alloggiamo nella testa continuano a sgomitare per arrivare primi alla succulenta mensa del prossimo futuro e fanno a gara per indovinare il menu (uno lo dipinge e lo canta, l’altro lo prevede e lo calcola; in comune hanno solo la veemenza delle gomitate a spese del paziente spazio che li separa, non per niente denominato corpo calloso). Ne consegue che il mio grado di lucidità sta beatamente scivolando sotto lo zero, dove i numeri sono così dispettosi che si fanno negare.
In breve: non capisco più nulla dall’emozione.
Ancora più in breve: au revoir!

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01/01/2008

un anno, si sa, comincia in un modo e può finire in tutt’altro. il 2007 ha invece brillato per coerenza e rigore ed è con questa medaglia piantata bene in fondo al cuore (il suo) che l’ho congedato con tutti gli onori dovuti a un carceriere incorruttibile. non ricordo altre annate in cui sia stata così tenacemente rintanata, inchiodata, letargica, impaurita da ogni soffio. non voglio sapere perché la mia mente si sia data la pena di creare e arredare con cura una prigione in cui ambientare il mio quarantaquattresimo anno, né mi interessa in fondo capire che cosa abbia improvvisamente allentato la morsa, sfiancato la presa dei chiodi e ridotto la corona di spine a un centrino all’uncinetto. so che mio malgrado in quest’anno disparo ho imparato alla perfezione la resa strisciante, la strategia mimetica della sogliola che preserva il suo lato candido semplicemente non mostrandolo in pubblico.
ora sento che è finita e con uno spruzzo di inchiostro virtuale similchampagne, mi volto dall’altro lato e torno seppia, a mio amato rischio e benvenuto pericolo.


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28/12/2007

…a questo punto valeva la pena aspettare due manciate di giorni e sfruttare l’appiglio ufficiale dell’anniversario, tanto per farmi coraggio (perché quando si accumula, un giorno dopo l’altro, quasi un anno di non-scrittura, non si sente dentro la garanzia che l’impulso a rompere il digiuno non sia un banale episodio, al quale seguiranno altrettanti giorni di silenzio. e dunque ci si chiede se non sia meglio restare a contemplare la data in cui si è smesso, tanto tempo prima. eppure al blog manca un elemento fondamentale che renderebbe interessante tale pratica, cioè la trasformazione che caratterizza ogni forma di vita. un blog privato dei suoi periodici post non deperisce, non sbiadisce, non si ricopre di ragnatele, sulle parole non si formano affascinanti concrezioni saline. un blog resta semplicemente fermo a come lo si è lasciato e questo alla lunga innervosisce). oppure ecco, sarebbe stato meglio attendere il 18 gennaio per proclamare la legittimità di un diario con cadenza annuale, beninteso non un semplice annuario in cui si narrino i fatti salienti dell’annata appena trascorsa ma un qualcosa a metà strada tra l’inutile e il maniacale in cui si fermino i pensieri che passano nella radio sempre accesa della mente lo stesso giorno di ogni anno.
invece no, forse perché il 18 gennaio 2008 (salvo conguaglio) so già che sarò lontana lontana, lontana quanto è lontana cuba da roma. e i momenti di prepartenza sanno muovere energie altrimenti sopite, come l’improvvisa urgenza di lasciare segni della propria esistenza in vita nel luogo che si sta per lasciare, anche se si sa che non è per sempre. chissà. nel dubbio, mi avvalgo  della facoltà di non rispondere di me stessa.


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18/01/2007

Il 2007 ha portato per me i primi caracollanti passi senza stampelle, rotelle, tutori o fiancheggiatori: il corridoio e io da soli, come in un mezzogiorno di fuoco allo specchio, per tornare a fare quella complicatissima cosa ovvia che tutti fanno intorno a me in totale disinvoltura. Con l’immobilità alle spalle, mi rendo conto con stupore e gratitudine che in questi mesi la mia mente ha viaggiato accanto al corpo come un fedele cagnolino. Quando ero ferma, neanche un desiderio di movimento ha turbato la mia pace: la parte dinamica dei ricordi si è sbiadita, il futuro è scomparso dalla scena dei pensieri lasciando tutto lo spazio al presente, anche quando il dolore contribuiva a dilatarlo come una fuga di gas. E ora, tornata a camminare, mi sento come una bimba di un anno che goda con la stessa golosa intensità delle nuove scoperte motorie e dei momenti di culla.


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18/11/2006

Da un mese sono seduta sul divano di casa mia, rivolta alla stessa finestra, testimone dei mutamenti della luce, mattino pomeriggio sera, del colore del cielo, dei bucati stesi ad asciugare sulla terrazza del palazzo di fronte, dei rumori che si muovono nell’aria, i soliti e gli inusuali. Non so dire come avrei trascorso questi lunghi giorni se un fatidico passo qualunque del mio piede destro non avesse incontrato sotto di sé la superficie più scivolosa del mondo. So per certo dove stavo andando e come avevo pregustato quel pomeriggio, immaginandolo così vividamente da averne ora un ricordo depositato nel reparto ‘memorie di un futuro inevaso’. Lo penso, questo bizzarro recesso mentale, come un paesaggio tibetano dove i frammenti di futuro inevaso sono bandiere da preghiera dai colori accesi appese a pali altissimi, che di tanto in tanto il vento della coscienza torna a leggere.


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07/09/2006

a volte sembra che le persone siano davvero convinte che un'emozione provata e reale sia sbagliata o inadeguata se non si conforma ad alcuna delle categorie citate nel dizionario, nell'enciclopedia o nella pubblica piazza. e a volte questo è fonte di grande sofferenza. eppure a me pare così evidente che i limiti sono nelle categorie e che a risultare inadeguati sono semmai il loro esiguo numero e la loro rigida organizzazione, se confrontati alla gamma di emozioni infinita che un essere umano può trovarsi a sperimentare. naturalmente sono consapevole che senza categorie condivise sarebbe impossibile comunicare e interagire socialmente, ma proprio per questo mi riservo la libertà di sospendere schemi e convenzioni quando la loro necessità viene meno. a che cosa mi serve, nella solitudine dorata e candelosa della mia stanzetta, forzare emozioni traboccanti e spavalde in minuscole scatolette? un altro essere umano mi provoca insolite palpitazioni e la netta sensazione di essere un fiore nell'atto di sbocciare, mi sento fresca e sontuosa come una peonia bianca al centro di un giardino, ho la mente sveglia e ubriaca di curiosità e stupore, e dovrei domandarmi se tutto ciò (e molto altro) entra più agevolmente nella striminzita scatola lessicale dell'amicizia o in quella appena più spaziosa dell'amore? non sarà forse il sentimentificio ad avere urgente bisogno di nuove forniture di parole?
non onorerei le innumerevoli forme di amore che provo chiamandole tutte allo stesso modo. non potrei esprimere la gratitudine per il bene che mi fanno se non coniassi dentro di me per ognuna di loro un'espressione nuova fiammante. e avrei perduto molto nella mia vita se non ci fossero state così tante parole fresche in viaggio da me agli altri: parole solo per me, parole da due a forma di bolla, parole da tre a vertigine triangolare e parole di famiglia a far vibrare sottili fili di sangue e consuetudine. tutta materia viva e pulsante, fuori ordinanza.


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31/08/2006

se non esistesse il sonno, nell'esperienza umana, sarebbe molto più difficile concepire il risveglio, la consapevolezza del beato nulla che regna quando gli occhi si volgono verso l'interno e ogni interpretazione è sospesa. stanotte, mentre dormivo, uno squillo insistente ha aperto una breccia nel consueto innocuo tappeto sonoro urbano che è il nostro silenzio notturno. l'udito, comandante in seconda della combriccola dei sensi durante il sonno, ha tirato i fili di emergenza e il corpo si è mosso nella direzione giusta, senza però riacquistare le sue qualità ordinarie di peso e consistenza. era come fuso con l'aria della notte, fatto di una stessa sostanza gelatinosa e fluida, molto più coesa dell'aria ma lontana dalla solidità. la notte opponeva al mio incedere una resistenza morbida, come un dialogo tra persone amate quando l'incanto scende dalla mente nei corpi e diventa impossibile discernere i gesti dalle parole. anche il viola del cielo, come ogni altra cosa, sembrava disposto a lasciarsi penetrare e modellare. che la notte fosse così, lo sapevo e non lo sapevo, avendola vissuta senza mai distinguere il prolungamento della veglia dall'interruzione del sonno. che nel sonno il mio corpo diventasse così è stata una scoperta, una scoperta che invano sto tentando di descrivere, poiché appartiene quasi interamente al reame del sogno, dove se anche esiste un dizionario non contiene la parola parola.


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24/08/2006

In un lampo di ciò che è qui mi chiedo chissà per quanto ancora
  di ciò che è stato   se mai più
  di ciò che era e sembra ancora sia mi sorprendo a pensare  ...
forse     non è più tempo.

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